La fibromialgia e altre sindromi funzionali: il trauma come probabile origine - Prima parte
A cura di Diego De Gottardi, psicologo e psicoterapeuta
Le ricerche e le esperienze fatte nella cura di alcune sindromi funzionali che troviamo raggruppate, come la fibromialgia, la PTSD, la fatica cronica, il colon irritabile, l'epicondilite e altre ancora, indicano che l'origine, a volte comune, di queste patologie sia da ricercare non di rado nell'evenienza di esperienze traumatiche.
La fibromialgia e le altre sindromi analoghe non si possono trattare alla stregua di disturbi di origine psicologica. Bisogna invece occuparsi, da subito, degli aspetti fisiologici e biologici legati al trauma e delle loro conseguenze, prima che diventino, con il tempo, anche psicologiche. Se non lavoriamo sul corpo e con quello che il corpo stesso indica non cogliamo l'essenza fisiologica del trauma. Le persone si sentono allora incomprese, non credute, giudicate negativamente, spesso umiliate, e quindi non aiutate.
La natura biologica del trauma
Le reazioni umane di fronte al pericolo sono in prima istanza istintive e biologiche e, in seconda istanza, psicologiche e cognitive. Rientrano in tre piani d'azione istintivi: la lotta, la fuga e l'immobilità, reazioni comuni a tutti i mammiferi. Quando percepiamo un pericolo, corpo e cervello entrano nel primo stadio di quel che va sotto il nome di "ciclo di risveglio/attivazione." I muscoli si tendono e cominciamo a cercare la causa di un possibile pericolo. Se localizziamo tale causa e percepiamo un pericolo reale, entriamo allora nella seconda fase. Mobilitati, corpo e cervello cominciano a produrre adrenalina e cortisolo, le due principali sostanze chimiche che ci forniscono l'energia necessaria per lottare o fuggire. Nel terzo stadio scarichiamo tale energia portando a compimento l'opportuna azione difensiva (vale a dire la lotta o la fuga). Il quarto stadio, finale, subentra quando il sistema nervoso, non più stimolato, ritorna ad uno stato di equilibrio.
Se siamo incapaci di lottare o fuggire e veniamo sopraffatti dall'entità che ci minaccia il nostro corpo istintivamente reagisce con il “congelamento" o immobilità. Questa manovra difensiva risponde a un duplice scopo: trarre in inganno l'aggressore facendogli perdere interesse e offrendo a noi la possibilità di scappare; e, secondariamente, non farci sentire dolore se venissimo feriti o uccisi. In stato di immobilità la coscienza abbandona il corpo (fenomeno detto di "dissociazione"). Anche se immobilizzati il sistema nervoso è però al massimo grado di allerta, analogamente a un'automobile con i pedali dell'acceleratore e dei freni pigiati a fondo contemporaneamente: se non possiamo scaricare l'energia mobilitata dal nostro corpo per la lotta o la fuga rimaniamo in uno stato di apparente calma esterna che nasconde un'alta attivazione (eccitazione) interna. L'immobilità impedisce di completare il ciclo di attivazione e scarica: l’energia di sopravvivenza mobilizzata per la lotta o la fuga non può scaricarsi e rimane così nel corpo creando sintomi che con il tempo possono organizzarsi fino a dar luogo a sindromi varie.
Pur essendo fonte di sofferenza e alterazioni gravi il trauma non è quindi un disturbo o una malattia, ma l'effetto collaterale di uno stato di coscienza alterato indotto istintivamente in caso di pericolo. Il trauma è oggi forse la causa di sofferenza maggiormente sottovalutata e non compresa e quindi, spesso, non curata.
Fino a poco tempo fa la nostra idea di trauma si riferiva alle esperienze di guerra, alle catastrofi e alle conseguenze di incidenti gravi. Questa visione ristretta non è più attuale e non comprende la realtà.
Ogni bambino, donna o persona che non possa difendersi dall'aggressore (mediante attacco o fuga) sarà soggetta a “congelamento” (dissociazione, per soffrire meno) e traumatizzazione. Gli “aggressori” possono essere le persone che abusano, aggrediscono, ma anche incidenti, catastrofi naturali, guerra o ancora procedure mediche invasive, oppure abbandoni, lutti; per citare alcune cause di trauma di cui parlerò in seguito.
Si può dire, e non è una provocazione, che la maggior parte di noi ha subito, direttamente o indirettamente,.un trauma. In senso generale possiamo dire che ogni volta che le cose vanno troppo in fretta perché noi possiamo difenderci con successo, ci troviamo di fronte ad una situazione di possibile trauma.
Somatic Experiencing (S.E.): un modello di cura che parte da quello che sentiamo nel corpo
Il trauma ci fa perdere il contatto con noi stessi, con gli altri e con il mondo. Spesso tale perdita è difficile da riconoscere poiché la situazione cambia lentamente e in modo sottile, sul lungo periodo, per cui non si nota facilmente finché non è veramente evidente. Le terapie convenzionali di provenienza psicologica sono state sviluppate per obiettivi molto differenti da quelli legati al trauma e che ben poco hanno a che fare con quelle “sindromi funzionali” quali ad esempio la fibromialgia, che oggi sempre più appaiono avere alla radice uno o più traumi e il conseguente stress.
Tali sindromi sono dovute, più che a problemi a livello di emozioni, di significati personali, di memorie e comportamenti, a una sregolazione nel corpo e nei sistemi del cervello che regolano la biologia della vita. Gli approcci cognitivi, che si concentrano su memorie, significati, emozioni e comportamento possono al più diminuire alcuni sintomi ma non risolverli e costituiscono in questo ambito una via di lavoro indiretta con risultati discutibili e rischio di ritraumatizzazione. Anche le terapie corporee orientate a “operare” sul corpo dai centri volontari del cervello non riescono a influenzare significativamente l'autoregolazione. Insegnare ad esempio tecniche di rilassamento o tentare attivamente di far rilassare la persona è in alcuni casi controproducente: nelle sindromi di cui sopra l'organismo, non avendo potuto terminare l'azione di difesa di fronte alla minaccia, resta bloccato nell'attivazione (alti livelli simultanei di attivazione di simpatico e parasimpatico). In pratica l'organismo, che sta cercando di difendersi da una potenziale minaccia, riceve la richiesta opposta, quella di disattivarsi (rilassarsi, lasciar andare) e rinunciare quindi a difendersi. Ciò va palesemente contro l'esigenza primaria, di sopravvivenza, aumenta nella persona lo stato di allerta e provoca ansia: succede a volte che quelle persone, se si rilassano troppo, si ritrovino in situazione di panico.
Somatic Experiencing lavora tenendo presente la natura biologica del trauma, permettendo di scaricare l'energia bloccata un poco alla volta rispettando le indicazioni del corpo. Così facendo si riesce ad avere un effetto, a volte anche subitaneo, sui sintomi.
Somatic Experiencing è un modello di lavoro sul trauma a cavallo fra la psicoterapia e il lavoro sul corpo, e costituisce una via diretta che utilizza le capacità di autoregolazione del nostro cervello e del nostro corpo: lo stesso sistema che permette alle nostre ossa di guarire da sole con il minimo aiuto del gesso. Il contributo più significativo di Somatic Experiencing è la comprensione che ciò che accade nell’evento traumatico non è solo psicologico, ma una complessa reazione fisica, neurologica e psichica. La risoluzione del trauma risiede nell'atto di completare e terminare i processi fisiologici piuttosto che nel ricordare o ripercorrere l’evento come fanno le terapie psicoterapeutiche classiche. Il trauma secondo S.E. non risiede nell’evento, ma nella fisiologia del corpo, nella risposta biologica incompleta a una minaccia alla nostra vita. Si tratta quindi di lavorare direttamente con il corpo e fare affidamento sulla sua capacità di autoregolazione: porre l'attenzione al corpo e lavorare direttamente sul sistema nervoso per aiutare l'autoregolazione. La maggior parte dei sistemi di autoregolazione risiede nelle parte primitiva del cervello: quell'insieme di strutture che governano e regolano le funzioni vitali del corpo.
In S.E. si lavora seguendo le indicazioni di ciò che chiamiamo “felt sense”, cioè le sensazioni sentite nel corpo. L'idea risiede nel fatto che il corpo, anche se non ha potuto terminare il ciclo di attivazione per difendersi, può comunque indicare la via per “finire il lavoro”: si cercano e si seguono sensazioni e movimenti del corpo che indicano cosa manca per terminare il compito (attivazione/difesa/ritorno alla calma) e scaricare l'energia.
Prendiamo ad esempio un piccolo incidente d'auto. Anche se non vi siete fatti nulla, vi siete spaventati poiché, legati al sedile, il massimo che abbiate potuto fare per evitare la collisione è frenare o sterzare. Sentirete qualche sensazione corporea: il vostro corpo comincerà a tremare, magari vi verrà da piangere, oppure sentirete la collera salire, potreste anche sentire un vuoto alla bocca della stomaco. Si tratta di restare con la sensazione, qualunque essa sia e lasciare che indichi di che cosa in sostanza il corpo ha bisogno per sentirsi e farci sentire al sicuro. Ricordatevi che questi meccanismi non sono soggetti alla volontà ma rispondono al cervello rettiliano e quindi vanno trattati così da far sentire quella parte del cervello, primitiva, al sicuro. Quella parte del cervello si convince con i fatti, il “sentire”, e non risponde alle parole (se avete veramente avuto un incidente, potrebbe accadere, che ripensandoci ora risentiate le stesse sensazioni sgradevoli e vi attiviate. Badate a non stare troppo nella situazione, il corpo non gradisce).
Immaginate di avere appena raccolto un gattino per strada ed ora è sotto il vostro divano. Come fate a farlo uscire? Potreste dirgli a voce alta e in modo assertivo che con voi è al sicuro e che non gli succederà nulla, ma probabilmente non lo stanereste. Potreste invece parlargli gentilmente a voce bassa, aspettare che si senta al sicuro, offrirgli da mangiare e da bere (offrire protezione concretamente). Il corpo ha bisogno delle stesse rassicurazioni e anche di un tempo che non è quello, operativo, della nostra mente. Per il corpo, rallentare, avere tempo per “digerire”, soprattutto dopo un trauma, significa guarire più velocemente.
Non è necessario rivivere un trauma per poterlo elaborare. Con Somatic Experiencing, "rinegoziamo" i nostri vecchi traumi grazie a elementi del trauma originario combinati con forze e risorse non disponibili al momento dell'evento. L'intreccio di questi pezzi mancanti con le azioni difensive incomplete del trauma crea l'esperienza del completamento ed elabora il trauma, rafforzandoci e sviluppando una maggiore resistenza a traumi futuri.
Riferimenti bibliografici:
Peter A. Levine; Traumi e Shock Emotivi (Come uscire dall'incubo di violenze, incidenti e esperienze angosciose); Macroedizioni – 2002.
Conoscere il processo del trauma può aiutarci a notare e comprendere quello che succede nel corpo e nel cervello per iniziare a risolvere la situazione conseguente il trauma stesso. Non si tratta di una comprensione cognitiva oppure della storia traumatica, ma relativa a come ci sentiamo nel corpo e a ciò che va fatto per risolvere il trauma.
Le cause del trauma si possono dividere in due categorie principali:
* eventi che sono quasi sempre traumatici, indipendentemente da chi ne è colpito
* eventi comuni, dolorosi, inaspettati, che in certe condizioni possono essere traumatici
La prima categoria comprende le cause più frequenti del trauma:
* guerra
* grave abuso emotivo, fisico o sessuale nell'infanzia
* subire o assistere ad atti di violenza
* stupro o tentativo di stupro
* lesioni e malattie devastanti
* perdita di una persona cara
La seconda comprende eventi apparentemente comuni che provocano traumi più spesso di quanto si possa pensare:
* incidenti automobilistici di lieve entità (perfino leggeri tamponamenti) specialmente quelli che causano il colpo di frusta
* procedure mediche e dentarie invasive, soprattutto se praticate su bambini immobilizzati o sotto anestesia (l'uso dell'etere aumenta la possibilità di insorgenza del trauma) - anche adulti che sanno a livello razionale che tali procedure sono utili possono percepirle (ad esempio un esame pelvico) come un'aggressione
* cadute ed altre lesioni di lieve entità, specialmente se riguardano bambini e anziani (per esempio un bambino che cade dalla bicicletta)
* disastri naturali (terremoti, uragani, tornado, incendi, alluvioni, vulcani)
* malattia, soprattutto con febbre alta
* intossicazione
* senso d'abbandono (sentirsi abbandonato), specialmente nel caso di bambini piccoli e neonati
* immobilità prolungata, soprattutto per i bambini (ingessatura, fasciatura rigida, trazione)
* esposizione a calore o freddo estremi (soprattutto per bambini e neonati)
* rumori forti improvvisi (soprattutto per bambini e neonati)
* parto (sia per la madre sia per il neonato)
Leggendo potreste avere reazioni fisiche ("felt sense"): formicolio, irrigidimento o rilassamento, modifica del ritmo cardiaco, intorpidimento, sbalzi di temperatura, ecc. Potreste vedere rapide immagini oppure colori, forme diversi che compaiono nel vostro campo visivo interno. Potreste essere assaliti da pensieri o emozioni. Fate attenzione alle cose che accadono automaticamente, di cui di solito non siete consapevoli.
Sappiamo che non è l'evento di per se stesso ad essere traumatico bensì la percezione individuale e la capacità di reazione all'evento. Se percepisco una situazione come pericolosa per la mia vita, allora quella situazione è potenzialmente traumatica. In condizioni normali un'automobile che produce un forte rumore come di scoppio non costituisce di per sé una minaccia. Il veterano rimasto traumatizzato dalla guerra sentendo il rumore anomalo di quell'auto che evoca situazioni precedenti effettivamente pericolose per la sua vita, reagisce al rumore come di scoppio in modo molto diretto. Nella maggioranza dei casi però le reazioni di chi è rimasto sconvolto da una serie di eventi più comuni non sono sempre facili da rilevare: ad esempio un incidente d'auto, anche senza conseguente fisiche, pur risultando esperienza apparentemente innocua, può sconvolgere il nostro equilibrio. In automobile spesso non abbiamo il tempo necessario per difenderci da un urto.
I sintomi del trauma
Il trauma non è una malattia; è uno stato di malessere. Il disagio è la spia di qualcosa dentro di noi che richiede la nostra attenzione. Se i segnali rimangono disattesi si trasformeranno in seguito nei sintomi del trauma. L'esperienza di ciascun individuo è unica, per cui sarebbe un compito enorme compilare un elenco completo di tutti i sintomi traumatici noti. In ogni caso, certi sintomi si considerano universali perché sono comuni alla maggior parte delle persone traumatizzate. In generale, certi sintomi tendono a comparire prima degli altri. Gli elenchi che seguono non sono intesi a scopo diagnostico, ma piuttosto per aiutarci a farci un'idea sul comportamento dei sintomi traumatici.
Non tutti i sintomi qui elencati sono causati unicamente da un trauma, naturalmente; né tutti quelli che manifestano uno o più di questi sintomi hanno subito un trauma. L'influenza, per esempio, può indurre un malessere simile ad alcuni sintomi traumatici. La differenza sta nel fatto che i sintomi dell'influenza in genere scompaiono dopo alcuni giorni, al contrario di quelli causati da un trauma.
Sintomi specifici nell'ordine di comparsa:
In generale, i primi sintomi a svilupparsi dopo un evento traumatico sono:
* Ipereccitazione. I segni più comuni sono fisici - accelerazione del battito cardiaco, difficoltà di respirazione (rapida, bassa/poco profonda, ansimante, ecc.), sudori freddi, formicolio, tensione muscolare - mentale - pensieri che si affollano, pensieri che si rincorrono, preoccupazione.
* Contrazione. Il sistema nervoso concentra tutte le sue risorse sul pericolo comprimendoci sia a livello fisico che percettivo. I vasi sanguigni della pelle, le estremità e gli organi interni si contraggono per poter inviare più sangue ai muscoli, che sono tesi e pronti per l'azione difensiva. La contrazione altera la respirazione, il tono muscolare e la postura.
* Dissociazione. Woody Allen ha detto: "Non ho paura di morire. Semplicemente, non voglio essere presente quando avverrà." Allen descrive un caso classico di dissociazione: la separazione tra coscienza e realtà fisica che ci protegge dall'impatto derivante dal processo di attivazione in crescendo. Se l'evento che minaccia la nostra vita procede nel suo corso, la dissociazione ci protegge dal dolore della morte. E' un mezzo comune per sopportare esperienze che sono, in quel momento, otre ogni sopportazione.
* Negazione. Questa è una forma di dissociazione che richiede livelli di energia più bassi. In questo caso lo scollegamento avviene tra la persona e il ricordo di un particolare evento (o serie di eventi) o le sensazioni provate. Possiamo negare che un evento sia accaduto o possiamo comportarci come se fosse irrilevante.
* Sensazioni di impotenza, immobilità o irrigidimento. Se l'ipereccitazione è l'acceleratore del sistema nervoso, l'immobilità ne è il freno. Quando entrambi questi stati si presentano contemporaneamente, ne risulta un senso di estrema impotenza. Non si tratta del comune senso di impotenza che prende tutti occasionalmente. E' la sensazione di essere completamente immobilizzato e impossibilitato ad agire. Non è pura percezione, convinzione o fantasia. E' reale. Il corpo si sente paralizzato.
Sintomi che si manifestano subito o poco dopo il trauma (a volte però anche più tardi):
* ipervigilanza (essere continuamente "in guardia")
* immagini intrusive o "flashback"
* estrema sensibilità a luce e suoni
* iperattività; irrequietezza
* trasalimento: con una reazione emotiva spropositata, al minimo rumore, a movimenti rapidi, ecc.
* incubi e paure notturni
* improvvisi sbalzi d'umore (reazioni di rabbia, scatti di collera, vergogna)
* ridotta capacità di gestire lo stress (facilmente e frequentemente stressato/esaurito)
* difficoltà a dormire
* paura di impazzire
Sintomi che possono comparire in seguito:
* attacchi di panico, ansia, fobie
* vuoto mentale o stordimento
* comportamento sfuggente/evasivo (evitare certe situazioni che ci ricordano precedenti/passati traumi)
* attrazione verso situazioni pericolose
* rabbia o pianto frequente (non prendetela sul personale; la persona - soprattutto se bambino - ha bisogno del vostro sostegno)
* improvvisi sbalzi d'umore
* aumento o riduzione dell'attività sessuale
* amnesia e smemoratezza
* incapacità di amare, coltivare rapporti o impegnarsi con altre persone
* paura di morire o di avere vita breve
L'ultimo gruppo di sintomi comprende quelli che in genere impiegano più tempo a svilupparsi. Nella maggior parte dei casi, saranno stati preceduti da alcuni dei primi sintomi a comparire (anche se, ancora una volta, non esiste una regola fissa su se e quando un sintomo si manifesterà). Tale gruppo comprende:
* timidezza eccessiva
* reazioni emotive ridotte
* incapacità di assumersi degli impegni
* stanchezza cronica o energia fisica molto bassa
* disturbi del sistema immunitario e certi disturbi endocrini, quali disfunzione tiroidea e malattie psicosomatiche
in particolare: cefalee, dolori al collo e alla schiena, asma, problemi digestivi, colon spastico, sindrome premestruale acuta, disturbi alimentari
* depressione; senso di disastro incombente
* sentirsi come "morti viventi": distaccati, alienati e isolati
* ridotta capacità di fare progetti e di realizzarli
I sintomi del trauma possono essere stabili (sempre presenti) o instabili (vanno e vengono); o possono restare latenti per decenni. In genere, i sintomi non si manifestano singolarmente ma a gruppi. Si fanno sempre più complessi col tempo, riducendo sempre più il legame con l'esperienza traumatica originaria. Ciò rende sempre più difficile ricollegare i sintomi alla loro causa, e più facile negare l'incidenza dell'evento traumatico sulla propria vita.
Si può avere la comparsa di uno qualsiasi dei sintomi qui elencati o di tutti, indipendentemente dall'evento precipitante. In ogni caso il nostro corpo ha mantenuto tutte le informazioni essenziali che collegano i sintomi al trauma originario. Ecco perché è fondamentale imparare a fidarci dei segnali che ci manda il nostro corpo. I sintomi del trauma sono come sveglie interne. Se impariamo ad ascoltarle, al fine di aumentare la consapevolezza sia fisica sia mentale, possiamo cominciare a guarire il nostro trauma.
Liberamente tratto da:
Peter A. Levine; Traumi e Shock Emotivi (Come uscire dall'incubo di violenze, incidenti e esperienze angosciose); Macroedizioni – 2002.
Lavorando in S.E. (Somatic Experiencing) si “completano” gli schemi biologici rimasti interrotti o bloccati da una parte, e si riorganizzano e ripristinano le risposte naturali di lotta, fuga o congelamento dall'altra. Spesso abbiamo bisogno di rendere espliciti e infrangere tabù riguardanti la rabbia e le sue conseguenze poiché questi, inconsci o consci che siano, intralciano il ripristino della risposta di lotta.
La rabbia costituisce un imperativo biologico. Essere arrabbiati ci segnala che qualcosa non va, che in qualche modo il nostro senso del sé è stato compromesso: qualcuno o qualcosa ci sta ferendo, i nostri diritti sono violati, i nostri bisogni o le nostre esigenze non vengono soddisfatte adeguatamente. A volte la rabbia ci segnala che non stiamo affrontando una questione emotiva importante per la nostra vita oppure che una parte del nostro Io - le nostre credenze, valori, desideri o ambizioni - viene compromessa da una relazione, quasi sempre quella con una persona per noi molto significativa: genitore, partner, figlio, amico.
La rabbia non è legittima, utile o significativa, esiste sempre per un motivo e merita la nostra attenzione. Quando avete sete non vi chiedete se avete diritto di sentirvi assetati.
Non riconoscere oppure reprimere le emozioni in generale e la rabbia in particolare, sembra essere una delle caratteristiche salienti di molti se non tutti i disturbi e sindromi da dolore cronico quali ad esempio fibromialgia, fibrosite, miofibrosite, miofascite, ulcera peptica, colite spastica, colon irritabile, asma, emicranie, acufeni.
Per quanto riguarda il modello Somatic Experiencing l'idea è che il cliente possa stare con la sua rabbia, senza metterla in atto e senza crollare sotto la pressione della paura e del senso di impotenza. Spesso però le persone creano costrizione, contrazione, nel corpo (spalle, nuca, mascella, zona pelvica) per evitare la rabbia e alla fine cercheranno di liberarsi dalla sensazione ricorrendo magari a terapie di tipo catartico, quelle terapie espressive, tanto in voga negli anni 70, che tendono a buttare fuori, a espellere ciò che si sente dentro in modo esplosivo. Il sollievo è momentaneo, ma il nostro sistema (il corpo) non impara a rimanere con le sensazioni ed accrescere la capacità di gestirle. Il sintomo quindi spesso si sposta da un'altra parte, la situazione comunque non cambia e bisognerà quindi tornare a scaricarsi in modo catartico, rinnovando il ciclo senza risolvere la sintomatologia.
In S.E. invece si punta a insegnare alle persone a percepire la rabbia come potere e permettere al loro corpo di espandersi con essa, poiché in quel caso le situazioni e le persone che prima le spaventavano non le spaventano più e ci saranno meno probabilità di contrattacchi, verbali o fisici. In genere sono coloro che non percepiscono la propria rabbia come potere personale, cioè gli “arrabbiati cronici”, che poi, regolarmente, scoppiano.
Tabù e blocchi relativi alla rabbia
La rabbia per alcune persone può essere una sorta di maschera che copre altri stati emotivi che sono ancora meno sopportabili per la persona stessa: può essere più facile arrabbiarsi piuttosto che sentirsi vulnerabili, inadeguati, provare vergogna e/o impotenza.
La rabbia è un'emozione difficile: molte persone, traumatizzate e non, sentono di rischiare il rifiuto e la disapprovazione degli altri qualora manifestassero la loro rabbia. Il tabù riguardante la rabbia può essere così forte che alcune persone non riconoscono nemmeno l'emergere della rabbia stessa. Anche coloro che accettano il rischio del rifiuto da parte dell'altro o che non reprimono né negano inconsciamente la propria rabbia spesso la manifestano in modo inefficace, sfogandola in modo ostile e con tono accusatorio. La rabbia è così potente che si può avere paura di perdere il controllo, ed è causa a volte di sintomi come mal di testa, gesti incontrollati o spastici, che spaventano chi li vive.
Oggi tendiamo sempre più a vedere la rabbia come un'energia distruttiva, responsabile di tutte le aggressioni, le ostilità, le violenze e dispute a livello planetario. La associamo al ferire gli altri: con i conflitti in generale e la violenza in particolare. Qualcuno può essere stato testimone o essere stato minacciato da tale violenza I media accollano facilmente alla rabbia la responsabilità dei danni fisici, psicologici ed emotivi che un essere umano arreca all'altro.
In certi ambiti di sviluppo spirituale si può percepire la rabbia come segno di immaturità o di debolezza, da reprimere e negare per la vergogna. I sentimenti di rabbia possono portare a sentire che si sta fallendo nel tentativo di sviluppare la propria spiritualità.
La rabbia ha insomma una cattiva immagine poiché associata il più delle volte solo alla sua espressione negativa. In realtà la rabbia è espressione di audacia, assertività, determinazione e porta ad azioni vigorose, coraggiose, determinate e soprattutto, consce.
Dobbiamo imparare ad accogliere, sentire la rabbia, come un'energia di trasformazione: indirizzata verso la comprensione di noi stessi a un livello più profondo. Dobbiamo renderci conto della forza della rabbia, che ci motiva e può trasportare verso un cambiamento spesso necessario e desiderato.
Rabbia e attaccamento
Con attaccamento si intende la relazione che si è creata con le persone che si sono occupate di noi dalla nascita: in genere i nostri genitori. Si parla di attaccamento sicuro quando abbiamo potuto contare su risposte coerenti, prevedibili e costanti nel tempo, ai nostri bisogni di base. Semplifico dicendo che l'attaccamento viene definito per contro non sicuro quando chi si deve occupare di noi non lo fa in modo adeguato oppure ci mette in pericolo, per incuria, oppure perché abusa di noi. In che modo ciò può influire questo su di noi, sulla costruzione della nostra identità, sul definire chi siamo?
In gestazione e nei primi tre anni di vita, la memoria non ha ancora il supporto di un cervello formato come quello di un adulto e anche in seguito comunque la fisiologia del cervello del bambino si completa grosso modo attorno ai dodici anni. È per questo che non abbiamo in genere che pochi ricordi coscienti dei primi anni di vita. Parliamo in questo caso di memoria preverbale poiché quello che ricordiamo (ricordare = tenere nel cuore) si riferisce a sensazioni fisiche, corporee, somatiche, e non alle memorie di tipo verbale che daranno in seguito luogo alla narrazione della nostra storia e costruiranno il nostro senso di identità.
Quindi il modo in cui siamo e ci sentiamo con gli altri, soprattutto con coloro che ci sono più vicini, dipende, in modo inconscio, dalle esperienze fatte nei primi anni di vita con le figure, di accudimento. Genitori o figure vicarie, sostitutive.
Come conseguenza di ciò il grado di sicurezza che sentiamo in una situazione di relazione specifica con l'altro influisce sul grado di presenza (coscienza, consapevolezza) nella situazione stessa e dipende da quanto possiamo avere accesso all'energia aggressiva. Persino il piacere diviene più accessibile, godibile, se possiamo attingere ai nostri istinti, anche quelli aggressivi.
Senza rabbia (aggressione) dunque non ci può essere attaccamento poiché quando non abbiamo accesso a questa energia istintiva non ci sentiamo al sicuro, nemmeno con le persone che conosciamo e amiamo: “se non posso dirti no, non posso nemmeno dirti si.” In altre parole: più sento di potermi fidare di te più posso “permettermi” di esprimere qualsiasi sentimento o emozione, anche quelle “negative”, potenzialmente pericolose per la relazione stessa.
Le strategie relative all'espressione della rabbia dunque sono spesso inconsce perché derivanti da esperienze precoci. Se la rabbia che il bambino sente non ha posto, legittimità, poiché lo mette a disagio nei confronti dei genitori (paura di perdere il loro amore o di fare loro del male) oppure in pericolo (se esprime la sua rabbia viene percosso), quale potrà essere la strategia? Il bambino traumatizzato, in seguito all'impossibilità di esprimere quello che sente, può trovare nell'ammalarsi un modo, inconscio sia chiaro, per esprimere la rabbia
Da adulto questo bambino può manifestare dolori cronici poiché sempre inconsciamente ha continuato a creare costrizioni (irrigidire alcuni gruppi di muscoli del corpo) intorno alla rabbia per legare, bloccare, l'energia, in modo da non sentire ciò che è insopportabile in una situazione senza via d'uscita e per evitare le conseguenze dell'espressione della rabbia.
Non voglio andare oltre nello specifico. Tutti noi possiamo chiederci come ci sentiamo quando siamo arrabbiati, che effetto ci fa, qual è il nostro rapporto con la rabbia, ecc. È facile osservare se e come sentiamo la rabbia e come reagiamo a essa.
Alcune domande possono aiutarci a riflettere su alcune delle questioni riguardanti la rabbia:
* Sono capace di esprimere la rabbia nei rapporti interpersonali?
* Come esprimo la rabbia nei rapporti interpersonali?
* Esprimo la rabbia attraverso il fastidio? (è possibile con i traumi precoci: il bambino che si ammala)
inoltre:
* Rivolgo la rabbia contro me stesso?
* Come la rivolgo contro me stesso?
* Mi critico mi giudico e poi mi sento inutile e depresso?
* Rivolgo la rabbia verso l'ambiente manifestandola in modo debole, ad esempio criticando e giudicando gli altri?
Possiamo osservare tutto ciò e seguire le tracce del modo nel quale viene espressa la rabbia.
Come già detto, dal punto di vista di S.E. si desidera insegnare al cliente a rimanere con la sua rabbia, senza metterla in atto e senza crollare sotto la paura, nel dolore, nell'impotenza o nella depressione. L'obiettivo è quello di imparare a percepire la rabbia come potere e permettere al corpo di espandersi con essa, offrendogli così la scelta di esprimere la rabbia in modo efficace oppure di contenerla consciamente.
Potrebbe anche essere vero?Romy

cavolo era perfetto per me sta cosa se lo avessi conosciuto prima...